DROGA E CORRUZIONE DELLA MENZOGNA

 

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Sul tema delle dipendenze c’è un continuo ricambio di plotoni di esecuzione pronti a destabilizzare ogni cosa che di buono produce la ricerca, la scienza, la realtà che non è quella virtuale o delle inutili contrapposizioni ideologiche. Anche il solo discuterne appare come un tortuoso girone dantesco costellato di frasi fatte corrotte dalle menzogne, in cui ognuno porta a casa la propria montagna di vuoti a perdere. Eppure dietro a ogni ragazzo che cammina in ginocchio in una comunità di recupero c’è la corresponsabilità di tutti, nessuno escluso. Una corresponsabilità che per molti versi si abbevera nei recinti di una certa indifferenza sociale. Questo luogo comune non penalizza soltanto il ragazzo piegato di lato che non ce la fa a rialzarsi da solo, ma anche le famiglie, e benché non se ne parli mai a sufficienza riguarda pure le vittime, i loro parenti, quanti a causa del famigerato tanto lo fan tutti, sono ragazzi, o ragazzate autorizzate a passare inosservate.

Questo procedere assomiglia tanto a una libertà intesa e percepita come una puttana, dunque ciò che produciamo con le nostre alzatine di spalle, è un agglomerato sub-urbano in cui mettere sottochiave la nostra irresponsabilità, ma pure gli eventuali dubbi, quella stessa pena sorda e cieca che nella sofferenza e il dolore vorrebbe assolvere l’ingiustizia, la violenza, l’illegalità dei comportamenti che si protraggono nel silenzio più omertoso. Adesso anche ministri, uomini di potere, autorevoli potentati del diritto, abiurano le politiche del minor danno, vorrebbero in carcere anche chi spaccia lievi quantità, dimenticando che ieri l’altro è passata una legge che autorizza chiunque ( non i minori ma a me già scappa da piangere) a coltivarsi la roba in casa propria.

Diviene davvero un dovere raccontare di quel confine, sì, sottile, ma irrinunciabile, che separa sempre la vita dalla sua morte, oppure di quanto è difficile essere uomini per saper scegliere, per saper credere negli altri, per farsi aiutare a diventare architetti di domani. Noi continuiamo a parlare di roba, di tossicodipendenza, mai di professori e genitori in disarmo, perché divenuti autorevoli assolutori, ognuno indaffarato a delineare la soglia minima di attenzione, ciascuno a definire bravate le future scivolate.

Vent’anni in comunità a svolgere il mio servizio mi hanno insegnato che non si può insegnare il valore del rispetto ferendo la dignità altrui, ecco perchè ovunque incontro giovani, studenti, genitori, affermo con la consapevolezza dell’esperienza come somma di errori, che non esiste una droga buona e una cattiva, una droga che fa bene, esiste la droga e fa male, a volte, e accade, non fa male soltanto a se stessi, ma agli altri, agli innocenti. Forse occorre sviluppare una serie di interventi, incluso il lavoro di prevenzione, come le attività di utilità sociale, posso affermarlo con cognizione di causa, hanno dimostrato di avere un impatto positivo, recuperando buona parte dei giovani.

 

Commenti

Ritratto di Alberto Facchini

 
Parlare di droghe in termini di riduzione del danno sembra roba di altri tempi, in questo Paese che marcia al tintinnio di manette. Eppure, mentre il governo giallorosso cerca consensi promettendo di rendere obbligatoria la carcerazione preventiva per i reati di piccolo spaccio in caso di recidiva, centinaia di esperti, studiosi e operatori del pubblico e privato sociale si sono riuniti ieri a Roma per ragionare sull’aggiornamento dei servizi di riduzione del danno in un’Italia sempre più preda del nuovo «drugstore». Un mercato sempre più potente, che viaggia sul deep web, sul dark web (ma anche sui siti di giardinaggio) e infetta le piazze delle città.

Riccardo De Facci, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (Cnca), cosa ne pensa del progetto governativo annunciato dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese?

Ancora una volta la politica mette il tema delle droghe in una logica di scambio. Lo dicevamo negli anni Novanta e ci tocca ripeterlo pure oggi, dopo anni di inutile repressione: non è con la carcerazione che si risolve il problema della piccola trasgressione, del piccolo spaccio.

Però effettivamente lo spaccio è diventato molto aggressivo, in tutti i quartieri delle grandi città, e molto “convincente”. Come è cambiato il mercato delle droghe, oggi?

Non per banalizzare ma è come quando si va al supermercato per prendere un litro di latte e due panini e si esce con la borsa della spesa. Purtroppo oggi il mercato è controllato in maniera quasi militare, con un range di offerte estremamente variegato e usa l’hashish come una sorta di vetrina: il primo acquisto lo si fa per la cannabis, poi si accede ad un mondo di sostanze, che cambia in modo velocissimo. Noi lo chiamiamo il «drugstore». Nell’ultimo anno in Europa sono state registrate 800 nuove sostanze sintetiche che riproducono e amplificano gli effetti delle vecchie droghe, mentre in Italia sono state segnalate cento sostanze di cui 20 nuovissime, mai viste nel resto del mondo. Poi c’è l’eroina che arriva sempre più copiosa dall’Afghanistan dove negli ultimi anni è decuplicata la produzione, e una cocaina che ormai sta stendendo un velo bianco in moltissimi nostri contesti del divertimento. Qui c’è un fattore politico che si vuole rimuovere: avere schiacciato nell’illegalità un numero enorme di persone – 500/600 mila – con i decreti immigrazione ha portato a costruire un esercito di potenziale manovalanza per lo spaccio, perché questo è il modo meno illegale possibile di guadagnarsi da vivere. Attività che diventa tanto più aggressiva quanto meno si ha da perdere.

L’eroina costa sempre meno, perché?

Il mercato abbondante abbassa il prezzo ma anche perché purtroppo viene sempre di più tagliata con questi Fentanyl, questi oppioidi sintetici legali che costano pochissimo e in nord America sono sempre più usati. E sono rischiosissimi, perché la loro potenzialità è enorme e la loro gestibilità è molto bassa. Questo tipo di sostanze ha prodotto solo l’anno scorso negli Usa, per percorsi diversi, 60 mila morti per overdose, a causa della difficoltà a gestirle.

Una volta chi spacciava cannabis non aveva nulla a che fare con altre sostanze. Come si è arrivati a questo «drugstore»?

Nasce tutto dalla legge 309/90 che differenzia le fattispecie di reato sulla base di due tabelle niente affatto scientifiche che mettono nello stesso calderone sostanze diversissime tra loro. La Fini-Giovanardi ha peggiorato le cose abolendo la differenziazione tra cannabis e il resto. Tutto questo ha creato l’equivoco che tutte le sostanze sono uguali, sia come pericolosità che come rischio legale.

Dal vostro convegno di chiusura del «Progetto Pas -Principi attivi di salute», ieri, è emerso un consumo giovanile mai registrato prima.

Uno studente su tre sotto i 19 anni dichiara di aver fatto uso almeno di uno stupefacente, solo nell’ultimo anno. Il dato che noi abbiamo, considerando le medie superiori, è invece uno su due. La maggior parte usa solo hashish. Se poi prendiamo i giovani intorno ai 22-23 anni che si avvicinano a questo mercato ma senza cadere in un consumo problematico, arriviamo al 60/70%. Per non parlare dell’alcol: ne fa uso oltre il 95% dei ragazzi sotto i 19 anni. Questi numeri ci raccontano di una cultura di trasgressione che possiamo non condividere ma che esiste. Affrontare questo tema con il carcere e l’arresto significa non capire che nella modernità che abbiamo costruito un’intermediazione chimica è quasi la normalità.

Fa impressione scoprire che lo 0,5% dei giovani dichiara di aver assunto sostanze di cui non sapeva nulla.

Purtroppo sono andate perse le paure degli anni ’90 legate all’Aids e all’overdose. E anche l’iniezione è diventa possibile.

Quali strategie vanno adottate?

Dobbiamo essere presenti sempre di più nei luoghi dove le persone cominciano a consumare. Non possiamo aspettare gli otto anni che mediamente impiegano i consumatori problematici per decidere di rivolgersi ai servizi. Attendere che i consumatori si rivolgano alla comunità o ai servizi è un modo di agire che appartiene ad un mondo passato. Dunque, per esempio, etilometri diffusi, strumenti adatti alle nostre equipe per analizzare subito le sostanze. E coinvolgimento dei gestori del locali, degli organizzatori dei festival e in generale del mondo del divertimento. Perché dobbiamo capire che purtroppo non c’è più divertimento senza alterazione del sé. Almeno cerchiamo di evitare che diventi morte. Minacciare il carcere in questo contesto è un messaggio che può andare bene per gli adulti, per rassicurarli, ma non per un giovane che è già dentro questa realtà.

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