Perché la scuola oggi?

 

Il percorso intende innescare l’autoriflessione critica e consapevole all’interno della comunità scolastica su nodi cruciali, coinvolgendo in modo trasversale studenti e corpo docente. La modalità orizzontale e partecipata delle attività faciliterà il confronto diretto e spontaneo, mentre la presenza di ospiti esperti approfondirà questioni e sfide da punti di vista competenti.

allegati: 

Iniziato il corso "Perchè la scuola oggi?": numerosa e attiva la partecipazione

1° incontro – 27 febbraio 2026

Perché ancora esiste la scuola? Storia, tradizione e innovazione nella scuola italiana.

Prof. Gaetano Lettieri, Univ. di Roma - La Sapienza Prof.ssa Loredana Perla, Univ. di Bari. Coordina:Dante  Monda, Sisus

Gaetano Lettieri è andato immediatamente al cuore della natura della scuola: uno spazio di libertà, di esitazione, di sapere critico.
Richiamando la natura dell’insegnamento delle arti liberali – colui che studia è un soggetto chiamato alla libertà – ribadisce che  lo scopo dell’istruzione è riconoscere il contesto storico dentro cui la libertà è chiamata ad esercitarsi.
In tal senso lo studio della doctrina, di ciò che va insegnato, è lo sforzo continuo di reinterpretazione.
C’è un rapporto simbiotico tra la disciplina e la libertà.
Si tratta di un tradizionalismo eversivo, un ritessere in maniera personale la tradizione in funzione del nostro futuro.
Non possiamo che partire, nell’insegnamento, da una posizione asimmetrica tra docente e studente: si tratta di una forma di donazione reciproca, che è anche dello studente, perché tutti apprendono quando siamo reciprocamente sorpresi nell’insegnamento. Si tratta di una relazione asimmetrica e reversibile; già in Platone, Socrate diventa colui che apprende.
L’insegnamento è sempre un atto di accensione della sorpresa, di una nuova comprensione, di essere messi sempre in questione; Agostino col suo maestro interiore, resta il riferimento.
 
Cos’è dunque la scuola? E’ il risveglio di una attenzione dell’acutezza dello sguardo, non una trasmissione. E’ Bildung, Paideia, trasformazione del discente in uomo libero.
Richiamando Jacques Derrida, ci dice che la decostruzione non è solo confutazione, ma riflessione sulla cosa per aprirla all’evento. E l’evento è l’indecostruibile della giustizia: è l’accoglienza dell’autonomia dell’altro.
Le discipline che insegniamo sono collegate tra loro e rimandano alla libertà e al riconoscimento dell’altro: c’è una valenza politica dell’educazione in quanto relazione.
 
 
Loredana Perla trova in linea con le nuove Indicazioni Nazionali quanto espresso da Lettieri, trattandosi di concetti che sono sottesi nelle Indicazioni per il primo ma anche per il secondo ciclo.
L’antinomia di libertà/autorità è l’agire stesso del magister, responsabile personalmente dell’azione dell’accompagnamento educativo, restando quello tra discente e docente un rapporto asimmetrico.
 
La scuola è cambiata profondamente: da un contesto civile- valoriale con la Costituzione è diventata un luogo della formazione integrale della persona.
Le nuove Indicazioni hanno portato al centro della didattica le discipline più delle Indicazioni precedenti perché l’esigenza della scuola di oggi è quella di preparare a una pluralità di alfabeti e a una cittadinanza attiva, di cittadino responsabile. Se fino ad ieri il compito della scuola era trasmettere il passato oggi è avere cittadini protagonisti; il rischio è quello di sostituire il senso critico e la capacità di studiare con una intelligenza di plastica, l’IA. E ciò cozza con la finalità della scuola, chiamata a unire lo studio/istruzione con lo spirito del tempo, infosfera e tecnica.
Essenziale è la coniugazione della competenza informatica con i saperi umanistici. Recuperando anche il latino, la musica, l’arte, trattate con un eccesso di superficialità in passato come anche l’educazione fisica.
 
Con le nuove Indicazioni si sono volute arricchire tradizione e il progressismo più avanzato. Fin dalla prima elementare la scelta visionaria è stata quella di superare l’idea di una scuola che educa all’informatica a favore di una comprensione di tali strumenti, come forma di narrazione di cosa c’è dietro.
Due sono le grandi novità delle Indicazioni:
  1. la rimotivazione del corpo docente. Le Indicazioni riflettono sempre l’idea politica di valorizzare l’insegnante. Le precedenti indicazioni erano puerocentriche, le nuove vogliono valorizzare alla pari docenti e studenti, ridimensionando il paradigma puerocentrico e fronteggiare la crisi della figura docente che c’è in Europa.
  2. La rilevanza data alla scrittura, che richiede lentezza, solitudine, concentrazione, chiede una rottura della connessione, il leggersi interiormente.
Risulta fondamentale un’essenzializzazione del lavoro-docente: guardare ai nuclei fondanti, all’emozione, al rapporto con la famiglia che richiama una visione dell’insegnamento come premessa generale della corresponsabilità, coscienti che “ciò che non si impara a scuola è difficilissimo impararlo dopo”.
La scuola deve avere la sua centralità e ciò è quello che abbiamo rimesso al centro: i giovani hanno diritto all’incontro con maestri colti, perché, richiamando Calamandrei, la scuola è il cuore pulsante della Repubblica. Il lavoro fondativo della democrazia si fa a scuola.
 
Sul concetto di competenza la prof.ssa Perla chiarisce come non esista una competenza se non basata sulla solidità delle conoscenze.
Al di là di un dibattito anche polemico di tipo massmediatico le Indicazioni hanno voluto sostenere che le competenze hanno alla base sempre le conoscenze, e i dati INVALSI lo mettono bene in evidenza.
Lo studio a scuola è una competenza del cervello, un esercizio di lentezza, un’esperienza di isolamento, un privilegio che ormai soltanto la scuola può assicurare.
 
La vicenda della morte del giovane Paolo Mendico ci dice tanto sui pericoli da contrastare del bullismo e cyberbullismo a scuola.
 
Sulla valutazione: c’è il bisogno di ripensarne il senso e il significato, dato che l’ideologia dell’inutilità della valutazione ha svilito il senso della scuola.. E anche le famiglie hanno bisogno di capire che la valutazione oggettiva e rigorosa va insieme al superamento del limite. In tal senso abbiamo bisogno di una rivalutazione della figura del magister.
 

 

Nel dibattito guidato dal prof. Dante Monda di Sisus Lettieri e Perla hanno ulteriormente precisato alcuni punti rispondenso alle sollecitazione dei numerosi partecipanti.
 
 
Gaetano Lettieri che si ritrova molto con quanto espresso da Loredana Perla richiama la funzione della scuola come un antipotere, non contro il potere ma come un antipotere contro i luoghi di massificazione. E, da filosofo della religione e del cristianesimo, sostiene che ci sia una relazione tra la questione del merito e quella della Grazia e fa un richiamo: “Non mettere in ombra il potere di scarto, di interruzione che la Grazia fa e che il merito sembra sminuire. E’ lo scarto che dà valore alla gratuità dell’insegnamento: tu mi ridoni il testo che io ti do.
 “La scuola dovrebbe essere la scuola del gratuito non del merito”, sarebbe da insistere sulla valenza del merito come gratuito.
 
Loredana Perla sottolinea come la contrapposizione tra competenze e conoscenze sia stata un’operazione strumentale, politica e ideologica, di fatto c’è stata una strumentalizzazione, la scuola è il nostro bene comune più importante, sbaglia chi vuole farne un agone di lotta politica. Sulle nuove Indicazioni in particolare, con strumentalizzazioni che sono arrivate a chiedere di cassare il tema dell’empatia, dell’educazione ai sentimenti, ai rapporti tra generi, alle regole, tematiche proprie di maestri e pedagogisti fondamentali. Così come il principio del Magister che non vuol dire autoritarismo. Abbiamo bisogno sulla scuola di innalzare il livello della discussione, oltre lo scontro politico. Le questioni sono più complesse, ad esempio sulla valutazione è corretto parlare di autovalutazione ma occorre chiedersi come portare lo studente ad esercitarla, è legata alla conoscenza di se stessi, all’autoriflessione.
Sulle pari opportunità di successo scolastico e formativo per tutti va ribadito che soltanto una scuola forte, a livello di priorità nelle scelte politiche, può garantire pari opportunità, una scuola che sta in cima all’agenda politica.
Apprezzando molto la riflessione di Lettieri tra merito e Grazia, va detto che la scuola ha smesso di diventare un ascensore sociale quando ha messo il merito fuori dalla porta, tradendo quello che è scritto nell’articolo 34 della nostra Costituzione. Il merito va sostenuto e valorizzato dal sostegno economico, va poi considerato che la demotivazione degli studenti è legata anche alla distruzione della buona competizione che non esclude il supporto a chi ha bisogno ma non implica l’ostracizzare il merito, e quindi è stato importante inserirlo nella dicitura del Ministero. Cosa che dovrebbe fare anche l’Università: il Paese cresce anche e soprattutto per i capaci e meritevoli.
 
Occorre lavorare per una scuola di qualità, con un corpo docente di alto profilo, colto. Perché la scuola è il bene comune più importante del nostro Paese.
Il Prof.Lettieri trova una convergenza con la parole della Prof.ssa Perla pur da posizioni diverse, con una diversa accentuazione di alcuni passaggi. Un politica sulla scuola rende credibile un Governo se investe di più su scuola e università. Per esempio con tassazioni mirate, che possano migliorare gli investimenti direttamente su questi due settori.
Va poi valorizzata a livello sociale la figura dei docenti e della loro formazione, necessaria e maggiormente raffinata e meditata.
 
Di fatto noi promuoviamo il popolo se proponiamo una formazione di qualità democratica. Nella didattica occorre dare corpo al desiderio e liberare il discente. E dare valore al merito nel sostenere i meritevoli che hanno a cuore il problema della promozione della comunità.
All’IA va contrapposta una intelligenza delle pratiche.
 
Lettieri conclude con delle perplessità sull’accento del merito nella dicitura del Ministero dell’Istruzione e del Merito: perché l’intelligenza politica è educazione alla fragilità, alla vulnerabilità, e ciò diventa elemento essenziale della formazione della comunità. Il problema del merito non è concentrarsi sulle skills ma sullo sviluppo di un’intelligenza patica e scientifica. Il "patico" è rendersi conto della fragilità e della vulnerabilità di tutti: “Ubi minor maior cessat”.

A cura della professoressa Orsolini la sintesi del secondo incontro

I sentimenti dell’apprendere e la ricerca di nuove pratiche a scuola

Margherita Orsolini e Luca Spegni

 Il corso di formazione per insegnanti - organizzato da Sisus (Società italiana di scienze umane e sociali) “Perché la scuola oggi?” - è stato l’occasione per condividere una riflessione sulla motivazione allo studio.
La prima parte di questo articolo, scritta da Margherita Orsolini, utilizza alcuni contributi delle neuroscienze, della psicologia dello sviluppo e dell’educazione, e della psicoanalisi per condividere alcuni concetti che possono influenzare positivamente l’esperienza di insegnamento.
L’ultima parte dell’articolo, scritta da Luca Spegni, riporta alcuni dati di un’indagine esplorativa svolta con un gruppo di studenti.
 
Come vedrete, i dati dell’indagine esplorativa esposti nella seconda parte dell’articolo, confermano ciò che si è scritto da più parti: gli studenti non vivono bene a scuola. I motivi non possono essere compresi però soltanto analizzando le fragilità psichiche degli adolescenti, o il mancato supporto motivazionale della famiglia. Il modo in cui si studia a scuola, e la percezione che molti contenuti dello studio non servano a mettersi in rapporto con il mondo attuale, contribuiscono sostanzialmente al malessere degli studenti.
 
Riflettere sulle motivazioni è un primo passo che può forse aiutare i docenti a identificare contenuti e metodologie didattiche più coinvolgenti, e a costruire una relazione insegnante-studenti che includa i sentimenti dell’apprendere, dell’esplorare, del conoscere e del conoscersi.
 
Leggi qui l'intero articolo

Perché la scuola oggi? Sintesi del terzo incontro

Sintesi del terzo incontro del progetto di formazione e autoformazione della comunità educante, Perché la scuola oggi?

“Come fare scuola? Le principali sfide della metodologia didattica”

 di Luigi Mantuano

Il terzo incontro del 24 marzo 2026 è stato dedicato al tema “Come fare scuola? Le principali sfide della metodologia didattica”, con il professor Pier Cesare Rivoltella e il professor Marco Ferrari, e con il coordinamento della professoressa Maria Teresa Santacroce, Presidente di Sisus.

 

Pier Cesare Rivoltella è professore ordinario di Didattica e Tecnologie dell'educazione presso l'Università di Bologna.

Tra le numerosissime sue pubblicazioni, segnaliamo Neurodidattica. Insegnare al cervello che apprende (Raffaello Cortina), Pedagogia algoritmica. Per una riflessione educativa sull'Intelligenza Artificiale (Scholé Morcelliana).

Richiamando subito Don Milani, sostiene che la domanda “Come si insegna?” diventa “Come si deve essere per insegnare?”. La questione per il docente è lo stile di una presenza; certamente egli dev'essere uno specialista della disciplina, ma prima di tutto un educatore, una persona significativa.
Si tratta di praticare “una didattica dell’esempio e della testimonianza”, di “far vibrare i ragazzi tutto il tempo”. Il riferimento è a Pedagogia della risonanza di Harmut Rosa (Scholé), e, ancora, a Platone (l’insegnare come lo sfregarsi di due anime).
La differenza principale è quella tra due metodi, quelli trasmissivi e quelli attivi: questi ultimi sono più dispendiosi e richiedono una didattica lenta. E la questione non è l’essere pro o contro la lezione frontale che è riduttiva solo quando è esclusivamente trasmissiva.
Perché di per sé la lezione frontale è l’esecuzione di un “metodo di pensiero” di chi la tiene, essenziale non sono i contenuti ma il MODO in cui i contenuti vengono messi in una FORMA. Se la lezione frontale è fatta bene è una lezione di metodo.
 

Marco Ferrari è Dirigente scolastico, docente di filosofia, animatore dell’Associazione “Amore per il sapere”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Educare a pensare. Teoria e pratica della disputa regolamentata (Carocci).

Per lui il binomio centrale è far venire fuori il desiderio del docente e cambiare le strutture per cambiare il cuore dell’uomo, le parole chiave diventano TESTIMONIANZA e CAMBIAMENTO DELLA STRUTTURA.
La formazione dei docenti sta al centro del dibattito, ma il problema è è più articolato, perchè investe il loro contratto di lavoro, la modalità del loro reclutamento, la formazione iniziale e quella in servizio, la differenziazione delle ore passate dentro la scuola.
Ma anche la questione dirigenziale, con figure che siano carismatiche e capaci di orientare.
 
La classe dovrebbe essere un laboratorio concettuale e don Milani – non un prete rosso ma un convertito – ha ancora molto senso.

 

Si intreccia a questo punto uno scambio di vedute, anche con diversi interventi dei corsisti.

Rivoltella richiama il metodo della coinvestigazione: partire da un problema con gli studenti e fare ricerca insieme su quello.

La questione per gli insegnanti è anche quella dell’essere adulti significativi, credibili, cosa che gli studenti avvertono subito. La possibilità dell’educare sta nell’asimmetria, ma l’esercizio dell’autorità del docente è generatrice di libertà per lo studente soltanto quando l’insegnante è significativo perché incompiuto, quando ha la percezione di unamancanza inestinguibile e non si sente mai arrivato.

Ancora, richiamando Paulo Freire, il relatore parla di una inquietudine strutturale del docente come condizione della sua autorevolezza generatrice di libertà, di una sua fallibilità, dimensione che accresce il docente. L’incompiutezza di fatto lo apre alla trascendenza, nel senso della capacità di andare oltre il limite del proprio io, uscendo da se stessi e andando verso l’altro, ma anche verso la ricerca del senso (il riferimento è al libro di Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre). L’adolescente di oggi è quel Telemaco che sulla spiaggia aspetta un Ulisse, l’adulto, che non arriva.
 
 
Sulla questione dell’Intelligenza Artificiale, se si tratti di un amplificatore o di un sostituto cognitivo, per Rivoltella è essenziale creare le condizioni perché essa diventi un amplificatore cognitivo, ma per farlo è necessario infondere in classe cultura, alfabeti dell’IA, sviluppare pensiero critico e creativo. Occorre far capire agli studenti i limiti dell’IA, le illusioni, stereotipi e pregiudizi che essa rimanda riflettendo i grandi potentati economici.
L’IA non ci dà la dissonanza cognitiva.
 
L’esempio è l’utilizzo dei games: in realtà sono campi semiotici come le discipline, e le grammatiche interne si apprendono in maniera implicita, giocando contestualmente.
Invece a scuola nell’insegnamento disciplinare gli studenti apprendono in maniera decontestualizzata, tutto il contrario del gioco. Mentre quest’ultimo implica uno studio collegiale delle regole del gioco, un gruppo di interesse, nella scuola questo si crea con difficoltà.
La molla è lavorare sull’identità proiettiva. Nel gioco la dimensione psicologica e virtuale, sono collegate dall’identità proiettiva: quale identità voglio io avere nel gioco? Il giocatore si mette in causa e si proietta in un ruolo, un’identità.
Si tratta dello stesso meccanismo che dovremmo far scattare nella nostra didattica. Il riferimento è al testo di Paul Gee, What Video Games have to Teach Us about Learning and Literacy, di cui Rivoltella  ha curato nel 2013 l’edizione italiana per Raffaello Cortina.
 
Di fronte a questi scenari il programma futuro dovrebbe essere una revisione profonda del sistema scuola, con la costruzione di percorsi di ricerca comune tra università e docenti, perché quella tra teoria e pratica è un’opposizione illusoria, in quanto “teorici pratici” e “pratici teorici” dovrebbero lavorare insieme ma di fatto in Italia nessuno promuove questa prospettiva.
Sarebbe da riprendere in tal senso la proposta di offrire ai docenti borse di ricerca e distacchi per poter lavorare a progetti di innovazione didattica.
 
La prof.ssa Margherita Orsolini, dell'Università di Roma "La Sapienza", ricorda l’opera di Clotilde Pontecorvo, già presidente onoraria di Sisus, che costituì negli anni Ottanta proprio un gruppo di ricerca Scuola/Università.
Richiama poi la questione politica di ridare centralità alla scuola, in quanto l’adulto, docente significativo, ha bisogno di un contesto in cui la scuola venga considerata in tutta la sua importanza culturale come produttrice di senso.
 
Ci chiediamo se non sia questa una proposta da riprendere per ripartire.
 
La Presidente di Sisus in chiusura richiama la figura della Prof.ssa Clotilde Pontecorvo e dell’altra presidente onoraria di Sisus, l’Ispettrice Anna Sgherri, alla quale la scuola italiana deve l’introduzione operativa delle Scienze Sociali nella scuola italiana, che si è concretizzata, dopo varie sperimentazioni, nella creazione del liceo economico-sociale.
 

Perchè valutare? Quarto incontro

Ricordiamo che Martedì 14 Aprile 2026, sempre dalle ore 16.00 alle 18.00, si terrà il quarto incontro del corso Perché la scuola oggi?

E' la volta di mettere a fuoco il problema sempre attuale e scottante della valutazione, Questo il programma:

 Perché valutare? Approcci e prospettive per una valutazione educante.

Terrà l'incontro la professoressa,  Anna Maria Ajello, Professore ordinario di Psicologia dell' Educazione nell'’Università di Roma “la Sapienza”, e già Presidente dell’INVALSI dal 2014, che dialogherà con il professor Giulio Iraci, del Liceo Aristofane di Roma

Coordina la professoressa Antonella Fatai, del Comitato Tecnico Scientifico di SISUS.

 

 

In questo book si troveranno le sintesi deghli incontri, mentre la registrazione di ciascuno di essi è riservata ai corsisti nell'Area Formazione del sito.

Si fa presente ai corsisti che per l' attestato di frequenza non si può superare il 25% di assenze.

Eventuali assenze validamente motivate potranno essere recuperate con la visione in asincrono della registrazione, con le modalità e le condizioni che sono specificate nell'area riservata

Che significa valutare a scuola? Sintesi del quarto incontro

Che significa valutare a scuola ?

di Luigi Mantuano

Continua il percorso di formazione organizzato da Sisus, Perché la scuola oggi? Progetto di formazione e autoformazione della comunità educante.

Il quarto incontro si è svolto il 14 aprile 2026, sul tema cruciale Perché valutare? Approcci e prospettive per una valutazione educante, con gli interventi della prof.ssa Anna Maria Ajello, dell'Università di Roma La Sapienza, del prof. Giulio Iraci, del Liceo Aristofane di Roma e con il coordinamento di Antonella Fatai, componente del CTS di SISUS.

All’inizio dell’incontro è stata presentata anche una sintesi del breve questionario inviato ai docenti per raccogliere le loro opinioni sul tema della valutazione, preparato con la prof.ssa Margherita Orsolini dell’Università di Roma, La Sapienza. 
Per i docenti si tratta di un momento importante di autovalutazione, per rifocalizzare l’attività didattica sui punti critici. La valutazione è un processo continuo e orientativo, un feedback narrativo, nonostante la pressione istituzionale, la standardizzazione dei risultati e la “fame di voti” che caratterizza studenti, docenti e famiglie. Spesso genera ansia e pressione, risulta invece molto più utile quando è accompagnata da feedback che fanno comprendere i punti deboli dell’apprendimento, delle conoscenze e del metodo di studio.
I docenti evidenziano l’esigenza di adeguare i criteri di valutazione alla situazione di partenza della classe, alleggerire la schiavitù dei tempi rigidi e della burocrazia che sottrae tempo all’osservazione qualitativa. Di fatto si vive un contrasto molto sentito tra la soggettività e l’oggettività del processo di valutazione, della standardizzazione contro la personalizzazione. C’è l’esigenza di una riflessione sull’efficacia dei criteri e la considerazione dei rischi di etichettamento degli studenti. Si evidenzia inoltre una scarsa attenzione da parte dei docenti all’esistenza dei diversi stili di apprendimento, spesso fagocitati dai tempi ristretti per le verifiche e valutazioni.

La prof.ssa Anna Maria Ajello, già Presidente dell’Invalsi, è partita proprio dalla considerazione dei dati che emergono dalle valutazioni internazionali confrontati con quelli dele tre prove proposte dall’Invalsi, strumento importante per superare una certa autoreferenzialità della valutazione del docente. Le prove costituiscono inoltre uno strumento di comunicazione con le famiglie e di confronto tra i docenti delle diverse discipline, per condividere obiettivi comuni.

La valutazione si sofferma su ciò che l’allievo sa fare, si tratta di una valutazione a validità locale, in quanto riferita a ciò che si fa realmente in classe. Il docente deve adeguarsi ad un criterio etico:  la valutazione riguarda l’intervento che il docente realizza con la classe, non altro. La valutazione come semplice controllo di quanto abbiano studiato gli studenti è malposta: in realtà il docente fa un’ipotesi di lavoro, che non resta tale, in quanto intervengono molti elementi variabili: l’ignoranza cognitiva, il modo di porsi, il fatto che il docente valutando si autovaluta.
C’è l’esigenza di raccogliere delle evidenze, ma è bene farlo richiamando la prospettiva e lo stile dello storico Carlo Ginzburg nel suo celebre saggio del 1979, Spie. Radici di un paradigma indiziario, tenendo presente dunque il dato individuale, l’errore e il dato marginale, piuttosto che la ripetizione di una legge assoluta e generale.
Il docente ha bisogno di appuntare, scrivere, raccogliere questi dati e condividerli con gli altri docenti. Questo confronto serve a deprivatizzare la pratica educante, contro l’idea del piccolo regno a cui sembra a volte ridursi la lezione del singolo docente nel chiuso della sua ora di lezione.
Si ha bisogno di “valutazioni sensate” che coinvolgano docenti e studenti nella didattica.
La ricerca degli indici per la valutazione si fonda sulla necessità dello scambio tra docenti e sulle finalità comuni e condivise, avendo come fine comune il miglioramento dello studente: la valutazione serve a migliorare.
 
La prestazione si può migliorare con la condivisione e con l’abituale attività in classe, anche con i suggerimenti tra coetanei. In tal senso la prof.ssa Antonella Fatai richiama come sia essenziale la  coesione del consiglio di classe.
 
 
Il prof. Giulio Iraci è partito dalla considerazione che la valutazione è ferma all’essere uno strumento di controllo.
Secondo il “Coordinamento per la valutazione educativa”, invece, la valutazione deve dire qualcosa a colui che apprende, serve a fornirgli informazioni analitiche e descrittive. Come ha scritto Aldo Visalberghi nel 1955 in Misurazione e valutazione nel processo educativo la valutazione deve avere una funzione orientativa. E deve orientare anche il nostro lavoro di insegnanti. E non è affatto scontato che la valutazione sia un momento di autovalutazione su ciò che il docente sta facendo, come ci può mostrare, ad esempio, la lettura del testo di Laura Green Stein, La valutazione formativa (2017).
Ciò che conta è il processo di apprendimento e soprattutto i riscontri descrittivi, nell’ottica di una valutazione narrativa.
La questione cruciale non è voto/non voto ma l’impostazione generale del processo di valutazione.
I riscontri descrittivi implicano dei feedback che favoriscono anche la crescita della motivazione intrinseca. Si tratta di indicatori, conoscenze, linguaggi specifici, capacità disciplinari, suggerimenti migliorativi.
È fondamentale l’essere molto analitici da parte del docente nel chiarire cosa è andato bene e cosa è andato male nella performance, “Il voto da solo non spiega”.
In tal modo nella valutazione formativa scompare la media sul registro elettronico e ciò evita la fissazione sulla media aritmetica come criterio della valutazione finale.
I riscontri descrittivi piuttosto che il giudizio mostrano cosa è successo, come si può approfondire richiamando il testo di Cristiano Corsini, La valutazione che educa.Liberare insegnamento e apprendimento dalla tirannia del voto (Franco Angeli, 2023). Essi devono essere comparabili, ma anche personalizzati.
Si tratta di una valutazione che responsabilizza lo studente.
In tal modo la valutazione si svolge in tutto l’anno scolastico inteso come un unico periodo.
All’inizio dell’ anno viene comunicato agli studenti uno strumento di conversione dei riscontri descrittivi con la valutazione numerica di fine anno.
Per Iraci è decisiva una didattica differenziata: in tal senso richiama metodi per la didattica attiva e inclusiva come il Jigsaw e il Tableau Vivant.
L’obiettivo è che ciascuno studente sappia riconoscere il proprio valore.
In definitiva più che l’essere obbligati a mettere voti lo siamo a valutare nei modi che riteniamo più opportuni: la valutazione non è un fatto oggettivo.
 
 
 
Anna Maria Ajello evidenzia come il voto si basa su una rappresentazione culturale e sociale diffusa, poichè, dato il valore legale del titolo di studio, tutti alla fine esigono un voto finale.
Ma ciò non tiene nella giusta considerazione il problema di coerenza che consiste tra ciò che si fa in classe e ciò che si valuta.
 
Oggi sappiamo che si impara facendo, che non esiste apprendimento senza coinvolgimento diretto.
La mancata cultura diffusa e condivisa su questi principi irrinunciabili tra il corpo docente nella scuola italiana chiama in causa anche la professionalità del docente stesso e la sua valutazione.
 
 
 
 

 

Perchè la scuola oggi? - Quinto incontro

Ricordiamo che  Martedì 28 Aprile 2026, sempre dalle ore 16.00 alle 18.00, si terrà il quinto incontro del corso Perché la scuola oggi?

Stavolta alla ribalta il complesso problema della sostenibiklità.

 Questo il programma:

Sistemi complessi e sostenibilità

Terrà l'incontro la professoressa, Barbara Cavalletti, dell'Università di Genova, che dialogherà con la professoressa Claudia Petrucci, del  CTS di SISUS

Coordina la professoressa Josette Clemenza, del Comitato Tecnico Scientifico di SISUS.

 

 

In questo book si troveranno le sintesi deghli incontri, mentre la registrazione di ciascuno di essi è riservata ai corsisti nell'Area Formazione del sito.

Si fa presente ai corsisti che per l' attestato di frequenza non si può superare il 25% di assenze.

Eventuali assenze validamente motivate potranno essere recuperate con la visione in asincrono della registrazione, con le modalità e le condizioni che sono specificate nell'area riservata

Sintesi dell'incontro sulla sostenibilità

Siamo arrivati al quinto appuntamento del Progetto di formazione e autoformazione della comunità educante Perché la scuola oggi? organizzato da SISUS, dedicato a Sistemi complessi e sostenibilità. 

L’incontro si è svolto online il 28 aprile 2026 con gli interventi della Prof.ssa Barbara Cavalletti, dell'Università  di Genova, e della professoressa Claudia Petrucci, del CTS di SISUS, e con  il coordinamento della professoressa Josette Clemenza, anche lei del CTS di SISUS.

In apertura Josette Clemenza ha richiamato il concetto di policrisi di Edgar Morin per descrivere l’attuale contesto mondiale, a partire dal titolo iconico del maestro francese, Terra-patria.
L’insieme delle parti è più opprimente della singola parte, è il risultato dell’interazione tra uomo-ambiente-economia.
Il suo studio richiede uno sguardo olistico che difficilmente si riesce a creare in aula con gli studenti.
 
 
 
In tal senso Claudia Petrucci - che ricorda come dal 2019 sia già in atto un progetto in collaborazione tra Sisus e l’Università di Genova con gli studenti delle scuole della Liguria - evidenzia la principale difficoltà della didattica dovuta a una rigida divisione tra le discipline che spesso non ne coglie le interconnessioni e implicazioni reciproche.
Oggi avvertiamo tutta l’insufficienza di questi schemi inadeguati per comprendere la relazione strettissima tra economia ed ecologia, non più concepibili in contrapposizione.
 
Di ampio respiro e ricco di prospettive didattiche l’intervento di Barbara Cavalletti, docente di Economia ambientale all’Università di Genova.
Parte da un principio: ciò che fa bene all’ambiente fa bene anche all’economia e viceversa.
Risulta essenziale comprendersi sul concetto di valore: gran parte del valore economico è nascosto, in quanto non lo percepiamo. Così come parlare di servizi ecosistemici è un vero e proprio cambio di paradigma.
Va poi precisato che la biodiversità è un valore in sé, è la condizione funzionale di tutto il resto. I servizi ecosistemici sono flussi di beni e servizi e si generano dai beni naturali. La prima forma di questi servizi è la fornitura, come la pesca, i legnami e le conseguenti filiere; i servizi di regolazione sono quelli che servono a mantenere i beni naturali, come ad esempio le praterie di Posidonia che evitano l’erosione costiera.
infine, i servizi culturali che esistono soltanto nella relazione tra uomo e ambiente e sono ad esempio l’educazione outdoor, l’offerta turistica, la produzione di benessere. Questo tipo di beni non viene regolarizzato dal mercato e per questo in genere si tende a pensare che siano perennemente disponibili e senza alcun costo, il che è palesemente sbagliato.
Il capitale naturale, in gran parte non dipendente dal sistema dei prezzi, infatti si degrada e si riduce, quello che noi chiamiamo non sostenibilità, precisamente il contrario del principio secondo cui ciò che fa bene all’ambiente fa bene all’economia. Una parte del reddito è infatti prodotta proprio dall’ecosistema, perdere quindi servizi ecosistemici comporta perdere valore economico.
 
Come facciamo a mantenere i servizi ecosistemici? Bisogna investire in biodiversità, considerando che i cambiamenti generali determinano sempre cambiamenti che hanno un impatto sul locale.
Perdiamo servizi ecosistemici perché dal punto di vista economico spesso non facciamo buone scelte. Per colpa di alcuni errori: la nostra razionalità è limitata, ci sono bias cognitivi; vanno poi considerate le priorità che noi abbiamo nelle scelte, cioè i valori che sono alla base delle nostre scelte.
 
In tal senso non è scontato infatti ricordare che la crescita non è sinonimo di sviluppo, anzi.
La crescita è un concetto quantitativo che non tiene conto dell’impatto ambientale e delle disuguaglianze. Come mostra il rapporto non risolto tra PIL e Indicatori del Benessere.
Affrontare l’impatto ambientale e le disuguaglianze non è solo priorità politica ma anche legata ad un sistema circolare dell’economia ecologica, basata sull’interdipendenza tra economia e ecologia, consumo e scelte sostenibili. Se per esempio ricorriamo a coperture erbose dei tetti delle città questo provoca l’abbassamento del surriscaldamento e dell’emissione di Co2. Con vantaggi economici che oggi cominciamo a essere in grado di misurare, non solo di ipotizzare.
Siamo chiamati dunque a gestire quello che non vediamo.
La biodiversità implica un valore non di uso, esige quindi nuove forme di misurazione nell’ottica della sostenibilità economica-ambientale. Non ci può dunque essere una automatica sovrapposizione tra prezzo e valore. La disuguaglianza di cui sono testimoni i BRICS è un esempio, si tratta quindi di produrre e consumare diversamente.
Oggi la consapevolezza dei nuovi rischi finanziari legati alla transizione climatica ci fa capire che investire in capitale naturale aumenta anche la coesione regionale, obiettivo necessario date le conseguenze disastrose che vediamo in questi anni in molti territori. Ciò comporta infatti dei vantaggi: più vita sociale, meno crimini sulle persone e la proprietà, più sostegno reciproco. Perché quello che fa bene all’ambiente fa bene all’economia.
 
La prof.ssa Petrucci illustra l’esperienza del laboratorio "Le Insidie dei luoghi" , realizzato con studenti universitari e liceali di Genova:
  • A partire dall’analisi di interventi economici che hanno modificato in vario modo luoghi e territori abbiamo costruito percorsi didattici che mettono insieme ambiti disciplinari qualitativi e quantitativi, ambito culturale ed economico, sistemi di regolazione ( diritto ed economia), e produzione di testi argomentativi, L’ oggetto generale di lavoro erano i vari aspetti in cui si può perseguire la riduzione delle disuguaglianze e dell’impatto ambientale. Una relazione dettagliata si trova sul sito La società in classe.
 
Il confronto tra i docenti ha posto al centro l’esigenza di una governance, una strategia politica che indichi le priorità e gli strumenti, tenendo conto dell’intervento dello Stato di fronte ai fallimenti del mercato e dei problemi di redistribuzione, come evidenziato da autori come Stiglitz, Piketty.
Ne è emersa l’esigenza di continuare l’opera di riflessione e discernimento soprattutto nel settore della traduzione delle strategie e dei valori ispiratori in politiche e strumenti reali di intervento anche nella didattica e nella formazione degli insegnanti.

Il 18 maggio si conclude il corso "Perchè la Scuola oggi?"

Con la Tavola Rotonda di Lunedì 18 maggio 2026 si conclude il corso "Perché la scuola oggi?", iniziato lo scorso febbraio e proseguito con incontri periodici e l'intervento di esperti universitari e della scuola.

La Tavola Rotonda vuole essere la restituzione collettiva sugli obiettivi e le prospettive aperte verso la propria comunità educante.

Coordina il vicepresidente di SISUS Luigi Mantuano,

Intervengono i docenti partecipanti al percorso, ai quali sono state proposte le seguenti domande:

  • Quali competenze ritieni di avere rafforzato con la partecipazione al corso?
  • Quale degli incontri ti è stato, o pensi che possa esserti più utile al tuo lavoro, e perché?
  • Come pensi di applicare nella tua esperienza didattica quanto appreso dal corso? e la presentazione di esperienze significative.

Inoltre, poichè la tavola rotonda dovrà partire proprio dai riscontri concreti sul campo, i corsisti sono stati sollecitati ad intervenire con la presentazione di alcune esperienze, progetti, attività didattiche significative