Una emozionante mattinata ... a lezione di cinema

SISUS da anni collabora con Art media di Loredana Commonara nell'ambito della film education, in particolare col concorso Open Frontiers Young all'interno del Ventotene Film Festival,progetto ArtMedia Cinema e Scuola – Immagini Personaggi Storie. Percorsi di Cinema per Studenti, di cui Loredana Commonara è ideatrice e responsabile scientifico.

L'iniziativa è realizzata nell’ambito di CIPS - Cinema e Immagini per la Scuola - Piano nazionale di educazione all’immagine per le scuole promosso dal MIC - Direzione Generale Cinema e Audiovisivo e dal MIM - Ministero dell’Istruzione e del Merito.

Insieme a altri 1400 studenti e docenti delle scuole di Roma del Lazio, con noi hanno partecipato gli studenti e i docenti degli istituti Benedetto Croce di Avezzano, Teodosio Rossi di Priverno e del Dipartimento di Studi Umanistici di Roma Tre, accompagnati dai docenti e membri di Sisus Maria Teresa Santacroce, Luigi Mantuano, Andrea Oddi, Loretta Cardarelli

Ecco per noi un emozionato ed emozionante report di Andrea Oddi.

“Tutto quello che resta di te”

Guida alla comprensione di una sfida che ci riguarda tutti 

"Solo un grande scrittore fa muovere insieme
i vivi e i morti
e solo un grande dio può accudire i disperati
in un posto così.
Ci sono luoghi dove il bisogno di violenza
è molto più forte della volontà
ci sono ore in cui il bisogno di violenza
è molto più alto della volontà
ed è ben altro che bastoni e coltelli
non essere visto e non vedere
essere piombo caduto fuso
sulla terra”
(Ivano Fossati, tratto da “Bella Speranza (Ti telefono da una guerra)”, Macramè, 1996)
 
Quella a cui abbiamo assistito in millecinquecento, fra studenti e insegnanti, martedì 21 aprile 2026 presso il cinema Adriano di Roma, non è stata una semplice proiezione di un film ma la proposizione di una sfida personale e sociale che investe ogni singolo individuo e tutti collettivamente.
Tutto ciò è stato possibile grazie ad Artmedia, Cinema e Scuola, un’iniziativa che porta linfa vitale a scuola, scoperchia i tetti metaforici di ambienti troppo chiusi e permette di respirare aria nuova.
 
Mentre assistevo alla proiezione del film, mi venivano in mente i versi di Ivano Fossati del brano “Bella Speranza (Ti telefono da una guerra)” che ho riportato all’inizio di questo breve ma sentito scritto.
 
Con un’abilità non comune Cherien Dabis, la regista del film, impersona la protagonista e racconta una storia di vera sopraffazione, di violenza e di umiliazione progressiva, di perdita di terra e di diritti. La storia del film si articola in quattro momenti precisi: (1948) inizio delle prepotenze sioniste a Jaffa, (1978) occupazione della Cisgiordania, (1988) inizio della prima Intifada vera cesura del film con la morte dell’adoloscente Nur Bakri, figlio di Hanan (Cherien Dabis), gli anni ’10 del duemila quando Salim Bakri, il marito di Hanan e coprotagonista, torna a Jaffa per vedere se ci fosse ancora la casa in cui ha passato le ore più serene della propria vita.
Questi quattro momenti sono tutti parte di un flashback: infatti il presente della storia è quello del 2021 allorquando la protagonista parla con un uomo ebreo molto più giovane di lei e al quale racconta tutta la storia narrata dall’analessi.
In questo modo si comprende il perché del titolo “Tutto quello che resta di te” poiché il giovane Nur, colpito da un proiettile sparato dall’esercito sionista, resta con il cuore battente e morte cerebrale, condizione per la quale è possibile donare gli organi. Quando il medico propone ad Hanan e Salim di donare gli organi del proprio figlio si entra nella vera sfida che questa storia pone a tutti noi e di cui ho accennato all’inizio di questo breve scritto. La maturazione di una decisione così grande, il percorso attraverso il quale i due coniugi, grazie ad Hanan, arrivano a donare gli organi del proprio figlio è una vera esplorazione profonda dell’anima.
 
Per tutta la prima parte del film e fino alla morte di Nur, lo spettatore compie uno sforzo enorme di empatia e fatica non poco a spiegarsi come mai questa famiglia palestinese non usi le armi per difendersi da un nemico che certo non lesina colpi in termini di artiglieria pesante.
Altrettanto impattanti sono le scene di umiliazione che tanto hanno ricordato a noi l’atteggiamento nazista contro gli stessi Ebrei.
La sfida è quella di non consentire alla nostra Umanità di eclissarsi dietro ad una rabbia cieca per quanto giustificatissima. La sfida è decostruire anni e anni di narrazioni hollywoodiane e blockbusters in cui il lieto fine e gli eroi plurimedagliati risolvono rozzamente tutte le situazioni con la forza legittimata da una reazione ad uno stimolo esterno.
 
Quello che abbiamo visto non è solo un film che racconta una storia vera, ma è anche un film elegante, di una eleganza mediterranea in cui il mare di casa nostra ancora una volta assiste muto all’ennesima violenza.
Come elegante e mediterranea è Hanan (l’ineffabile Cherien Dabis), un’eleganza e una bellezza intrinseca, mai stucchevole e dietro la quale si nasconde un dolore che coabita con il perdono. Solo una donna e madre avrebbe potuto ispirare un così nobile gesto che salva sei vite. Solo un sentimento virile come quello di Salim avrebbe potuto imporre l’obbligo del ricordo della figura di quel figlio troppo presto sottratto all’ingenuità dei suoi pensieri.
 
La sfida che così pericolosamente portava verso la vendetta e la violenza sfocia invece in una parola che spesso è abusata e non compresa fino in fondo: “perdono”, ovvero quel “per” davanti a “dono” ha un valore superlativizzante, assoluto, inconcepibile. Fare un dono grandissimo e inatteso, questo è il perdono; per questo è così difficile perdonare.
Il perdono, quello vero, scompiglia il conto del dare e dell’avere, il perdonante fa un regalo che non può essere ricambiato se non con la gratitudine eterna.
Qui inizia la nostra sfida: ma noi siamo capaci di perdonare? Noi come individui saremmo capaci di un gesto così assoluto? Noi come società siamo capaci di sottrarci alla sfida della violenza?
 
Io che ho l’onore di avere nei miei compagni di viaggio di SISUS un livello di interlocuzione così alto, sono capace di riconoscere questa sfida nella sua importanza?
 
La vita è qui e adesso, la vita richiede presenza, spirito, sentimento, studio. Infine trovo davvero avvolto da piacevole ironia il fatto che a co-produrre il film sia stato l’attore che ha dato il volto a “Hulk” della Marvel, Mark Ruffalo e che per distribuire il film abbia dovuto lottare e vincere resistenze di ogni tipo. La sua vera impresa incredibile è stata quella riuscire a fare il film e soprattutto a portarlo nelle sale, consegnandoci una perla di Verità. Inoltre ha conversato rispondendo alle domande di un pubblico adolescente, all’inizio attratto dal suo ruolo di Hulk e poi invece meravigliato dal film appena visto.
 
Ci aspettavamo di incontrare un attore circondato da guardie del corpo ed abbiamo incontrato uno di noi, uno che con il suo esempio ci dice che il nostro impegno personale conta molto, non fosse altro per rispondere all’imperativo categorico della nostra coscienza e sottrarci al gioco del silenzio.
 
Se è vero che chi non comprende i propri errori è destinato a ripeterli allora nulla o poco è stato compreso di tutte le guerre e mai come in questo caso possiamo dire che chi deve comprendere siede forse in uno scranno troppo in alto per capire quanto dolore scorra dentro quel perdono.
 
A proposito, il giovane uomo con cui parla Hanan nel presente della storia del film è Ari, ebreo nel cui petto batte il cuore di Nur.