TRACCE DI FUTURO

 

A cinquant’anni di distanza dall’avvio della maxisperimentazione al liceo L. Ariosto di Ferrara, il libro Tracce di futuro parla del lungo lavoro compiuto da insegnanti e dirigenti sulla revisione dei curricoli, sul ripensamento dei saperi, sul rapporto tra scuola e extra scuola, e di una radicale revisione di modo di fare scuola che ponga al centro la relazione educativa.
L’idea originaria, lo scopo, l’obiettivo, oggi si direbbe la mission, era la riforma della scuola secondaria.
 
L’ampia presentazione di Lucia Marchetti è un racconto in prima persona (ma “plurale”, poiché una delle caratteristiche fondamentali di queste “audaci imprese” è stata la condivisione, il lavorare insieme) di quanto sperimentato e vissuto in quegli “anni ruggenti”: a partire dal fermento degli anni 70, in cui si attendeva una grande riforma della secondaria.
 
Era l'epoca in cui nacquero le maxisperimentazioni: le scuole in piena autonomia potevano modificare curriculum e orari.
La sperimentazione è durata fino al 2000, e venne poi abrogata dalla legge Moratti. Il lavoro di smantellamento si concluse con la Gelmini, con riduzione di ore e insegnanti (14 ore +4 di programmazione era la pratica della sperimentazione; ma tutto fu ricondotto a 18 ore, anche con l'eliminazione delle compresenze che erano state strumento prezioso di collaborazione e interdisciplinarità).
 
L’Ariosto di Ferrara fu tra le prime scuole a lanciarsi in quell’avventura.
Tutti gli anni le poche scuole sperimentali si ritrovavano in convegni sostenuti dal Ministero della Pubblica Istruzione, che in quegli anni investiva davvero sulla formazione, grazie anche alla presenza di ispettori illuminati, come la “nostra” Anna Sgherri.
La legge dell'autonomia permise poi la costituzione di reti, dapprima sotto l’egida ministeriale, poi, una volta tramontata quella felice stagione, in piena autonomia ed autofinanziandosi; nacque così la rete “Passaggi”, attiva per una decina d’anni e che ogni anno promuoveva convegni nazionali, preziose occasioni di riflessione e confronto, in cui si ragionava sulla messa insieme di materiali e di sperimentazione in classe. E' appunto da una "costola" di Passaggi che nacque, nel 2011, SISUS, la Società Italiana di Scienze Umane e Sociali, con l'intento di affiancare alla rete di scuole una rete di persone finalizzata all'aghgiornamento ed alla formazione.
 
La sperimentazione prevedeva nel curricolo un’area comune e una opzionale, e per la prima volta venivano introdotte le Scienze Sociali; per alcuni indirizzi si partiva realmente da zero, tutto era completamente inventato, ma sulla base di una ponderata analisi delle discipline e dei loro nuclei fondanti, gli snodi fondamentali da mantenere per ogni disciplina.
Con pazienza, ascolto dell'altro, tempi lunghi per costruire percorsi disciplinari ma partendo sempre dai problemi rilevanti per quel momento storico, per quella classe e per la curvatura dell'indirizzo.
E il curricolo non era fissato una volta per tutte, ma andava periodicamente corretto, migliorato con le opportune scelte didattiche, anche tramite la condivisione e il confronto tra docenti e la metariflessione da parte degli studenti sulle difficoltà incontrate.
 
Se questo era il lavoro degli insegnanti - tanto paziente quanto “rivoluzionario” e scientifico - un altro punto di forza era la vita di classe.
 
Disegnata la mappa del “viaggio”, in cui più discipline trovavano spazio, questa veniva presentata agli studenti, i criteri di valutazione venivano condivisi con la classe.
Vennero per un periodo eliminati i voti e utilizzati i giudizi, coinvolgendo anche i genitori.
La programmazione veniva consegnata ai ragazzi e loro mostravano di apprezzare, come si evince dai commenti degli stessi studenti:
  • Eleonora C. -  Per me la consegna del programma significa che i professori ci considerano davvero parte integrante del lavoro, vogliono renderci più partecipi e io mi sento più presente e più valorizzata.
  • Annalisa B. - Cambia perché mi posso rendere conto di ciò che si farà nel corso dell'anno, posso fare un confronto fra quello che era scritto e quello che è stato fatto. Consente di discutere con l'insegnante sul percorso da fare.
  • Alessandra R. - Posso misurare la mia crescita sia culturale sia personale.
  • Giulia M. -  Per me il Programma è una finestra sullo studio, ti fa entrare dentro.
Occorreva però trovare il tempo per fare metariflessione, per chiedere il loro parere sul lavoro svolto, per ricavare indicazioni e … tenerne conto! 
Ma ciò implicava il lavoro di autoriflessione dei docenti (guidati da esperti e da psicologi insieme ai quali il consiglio di classe lavorava) sul proprio modo di insegnare, per coglierne limiti e punti di forza.
 
La prassi era di non farsi guidare dagli indici dei manuali, ma si leggevano soprattutto i libri “veri” e gli autori. Nelle scelte di contenuti e di metodi si teneva conto della lezione di psicopedagogisti come Bruner, Vygotskij e Clotilde Pontecorvo.
 
Presentare questo libro al Centro Pontecorvo è per Lucia Marchetti un modo per riconoscere e un po’ restituire il grande sostegno che Clotilde ha dato alla sperimentazione nei vari ambiti, da quello culturale innanzitutto a quello politico nei rapporti col Ministero, ma non ultimo a quello umano per la grande generosità sempre dimostrata nei confronti di noi insegnanti, in un rapporto alla pari e di valorizzazione della nostra esperienza.
 
Clotilde suggeriva di ridurre al minimo la lezione frontale mentre il più del lavoro veniva fatto in gruppo, con lo stage formativo come modalità principe, introdotto prima nelle Scienze Sociali e poi esteso a tutti gli indirizzi.
E' in particolare nello stage che la sperimentazione rompe il modello tradizionale e realizza i principi teorici del modello educativo. Esso va incardinato nella progettazione del Consiglio di Classe, Per lo studente cambia radicalmente il suo modo tradizionale di intendere lo studio, ma in particolare lo aiuta ad analizzare i problemi veri della realtà da diverse prospettive, lo aiuta alla prudenza nell’emettere giudizi, alla pratica del dubbio e così si modifica anche la relazione con l’insegnante con i saperi che vengono interrogati per quanto hanno da dire nell’interpretazione della realtà sociale.
L’insegnante esce dal ruolo tradizionale, si misura con la realtà esterna alla scuola e diventa mediatore tra il dentro e il fuori, progetta il percorso che tiene conto di tante variabili, assiste gli studenti, li lascia provarsi nel mondo esterno ma anche è pronto a sostenerli nelle difficoltà.
Lo stage formativo serviva a cogliere cosa c'è dietro l'organizzazione di un lavoro, e si coinvolgevano le discipline per capirne i meccanismi “sul campo”. Poi si tornava a scuola e si cominciava a scrivere. Alla fine si presentava agli esterni il lavoro svolto e si discuteva con gli studenti.
 
Veniva poi data la possibilità agli studenti di avere come riferimento un docente per parlare dei loro dubbi e difficoltà. Quando emergevano problemi più seri il ragazzo veniva indirizzato a chi di dovere (psicologo, etc.).
Interrogati su cosa evitava bullismo e dispersione nella scuola, gli studenti mostravano di avere le idee molto chiare:
  1.  la scuola aperta fino a sera, dove gli studenti decidevano come utilizzare gli spazi e gli arredi per le loro attività;
  2.  il fatto che i docenti li valutavano come “persone”;
  3.  poter approfondire i loro interessi dentro la scuola, anche senza un insegnante;
  4.  poter avere un ragazzo universitario di pomeriggio che li aiutava a fare i compiti:
  5.  un preside sempre disponibile e senza appuntamento. Con la porta sempre aperta.
Tutto ciò riduceva attriti e contrasti
 
Esperienze del genere avevano bisogno di spazi aperti e accoglienti, nei quali lo “star bene” iniziava proprio dall’attenzione al benessere fisico (fino alle merendine sostituite da frutta biologica). In questo l’Ariosto di Ferrara si poteva dire davvero privilegiato, grazie ad una posizione ariosa ed a spazi interni ampi e luminosi.
Appunto su questo si sofferma Claudia Di Marco (nerlla foto a fianco, con Anna Maria Ajello e Lucia Marchetti), che vi aveva svolto una tesi di dottorato nel 2007. Qui si può vedere l'intera presentazione ricca di foto che si commentano da sè.
Presentando le immagini della scuola, evidenzia appunto anche l'innovazione visiva e architettonica del Liceo: la scuola richiama l'architettura danese, i giardini come luogo di memoria, lo stage di archeologia nel giardino ... La relatrice ricorda lo stage come pratica innovativa (che confluì anche in una pubblicazione, piccola ma preziosa, il manualetto “Lo stage formativo nell’indirizzo di Scienze Sociali. Don’t Worry!” curato da Lucia Marchetti nel 2001).
 
Tocca infine a Rosanna Rossi raccontare di un’altra pubblicazione, stavolta periodica, la rivista “Sensate esperienze”, che accompagnò e documentò la sperimentazione fin dall’inizio costituendone al tempo stesso luogo di confronti, approfondimenti, testimonianze.
Non solo, ma ha rappresentato un esempio del coordinamento tra le scuole sperimentali dal 1987 al 2003 quando, nell’ultimo convegno tenuto a Ferrara, ci si interrogava sulla necessità di introdurre nella scuola la capacità di leggere i segni del tempo e di fare non una scuola di tanti progetti, ma un progetto di scuola.
Rossi insiste più volte sulla possibilità di fare anche oggi una scuola di qualità, sulla necessità di dare risposte alle tante nuove domande che i giovani portano.
 
E conclude che dobbiamo condividere con i colleghi che una scuola così è divertente, è bella, è piacevole!
 

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Ritratto di Claudia Petrucci

Tra le molte tracce di futuro delineate dalle “audaci imprese” dell’Ariosto la collaborazione tra saperi è forse la più preziosa . Serve per leggere i fenomeni complessi del nostro tempo spesso nascosti sotto i pregiudizi comuni e le conclusioni sbrigative dei media. Ci sono in realtà molti temi trasversali (l’educazione civica, e tutto l’impianto degli obiettivi ONU 2030) che si continuano a proclamare indispensabili, ma che non riusciamo a affrontare in modo coerente. E restano molte domande irrisolte : Se vogliamo e dobbiamo misurarci con i problemi della convivenza umana e della transizione ecologica quali strumenti abbiamo a disposizione? Come si fa a tradurre una generica domanda di conoscenza in una specifica domanda di ricerca? Come utilizziamo i risultati? Come facciamo a farne capire a tutti l'importanza? Quali cortocircuiti percettivi e comunicativi possono minare il nostro lavoro? Nelle “audaci imprese” dell’Ariosto e di altre esperienze sorelle, proprio a partire da queste domande le scienze umane e sociali entravano in relazione con tutti i campi di conoscenza, e ne arricchivano lo spessore. Oggi alle stesse domande si fa più fatica a rispondere, anche perché abbiamo perso lo studio di quelle scienze e dei loro strumenti . Con l’eccezione (e anch’essa troppo spesso contrastata) dei Licei delle Scienze Umane e Sociali, quel campo è stato rimosso dalla maggior parte della scuola italiana. Bisognerebbe pensare a come riprenderlo oggi. E’ difficile prevedere un insegnamento aggiunto e specifico, con tutti i rischi che comporta. Ma un progetto di laboratori integrati tra discipline sarebbe praticabile: si può creare uno spazio per la lettura quantitativa e qualitativa dei fenomeni sociali, e per indagarne la relazione tra questi e l’esperienza personale. E insieme ai laboratori si potrebbe pensare a favorire la comunicazione tra gli insegnamenti. Non solo gli insegnamenti specifici di scienze umane e sociali, ma la geografia, la storia, la filosofia, l’economia e il diritto, avrebbero tutto da guadagnare da qualche indicazione aggiuntiva di appartenenza a una comune costellazione di “scienze sociali” o di “scienze umane e sociali” e dal confronto reciproco su temi fondanti e metodologie di ricerca. Riconoscere questa costellazione non toglierebbe nulla alle identità disciplinari, ma sarebbe un messaggio di coerenza culturale, e faciliterebbe la ricerca di percorsi di collaborazione e apertura.

Claudia Petrucci, componente del CTS di Sisus