Che significa valutare a scuola? Sintesi del quarto incontro

Che significa valutare a scuola ?

di Luigi Mantuano

Continua il percorso di formazione organizzato da Sisus, Perché la scuola oggi? Progetto di formazione e autoformazione della comunità educante.

Il quarto incontro si è svolto il 14 aprile 2026, sul tema cruciale Perché valutare? Approcci e prospettive per una valutazione educante, con gli interventi della prof.ssa Anna Maria Ajello, dell'Università di Roma La Sapienza, del prof. Giulio Iraci, del Liceo Aristofane di Roma e con il coordinamento di Antonella Fatai, componente del CTS di SISUS.

All’inizio dell’incontro è stata presentata anche una sintesi del breve questionario inviato ai docenti per raccogliere le loro opinioni sul tema della valutazione, preparato con la prof.ssa Margherita Orsolini dell’Università di Roma, La Sapienza. 
Per i docenti si tratta di un momento importante di autovalutazione, per rifocalizzare l’attività didattica sui punti critici. La valutazione è un processo continuo e orientativo, un feedback narrativo, nonostante la pressione istituzionale, la standardizzazione dei risultati e la “fame di voti” che caratterizza studenti, docenti e famiglie. Spesso genera ansia e pressione, risulta invece molto più utile quando è accompagnata da feedback che fanno comprendere i punti deboli dell’apprendimento, delle conoscenze e del metodo di studio.
I docenti evidenziano l’esigenza di adeguare i criteri di valutazione alla situazione di partenza della classe, alleggerire la schiavitù dei tempi rigidi e della burocrazia che sottrae tempo all’osservazione qualitativa. Di fatto si vive un contrasto molto sentito tra la soggettività e l’oggettività del processo di valutazione, della standardizzazione contro la personalizzazione. C’è l’esigenza di una riflessione sull’efficacia dei criteri e la considerazione dei rischi di etichettamento degli studenti. Si evidenzia inoltre una scarsa attenzione da parte dei docenti all’esistenza dei diversi stili di apprendimento, spesso fagocitati dai tempi ristretti per le verifiche e valutazioni.

La prof.ssa Anna Maria Ajello, già Presidente dell’Invalsi, è partita proprio dalla considerazione dei dati che emergono dalle valutazioni internazionali confrontati con quelli dele tre prove proposte dall’Invalsi, strumento importante per superare una certa autoreferenzialità della valutazione del docente. Le prove costituiscono inoltre uno strumento di comunicazione con le famiglie e di confronto tra i docenti delle diverse discipline, per condividere obiettivi comuni.

La valutazione si sofferma su ciò che l’allievo sa fare, si tratta di una valutazione a validità locale, in quanto riferita a ciò che si fa realmente in classe. Il docente deve adeguarsi ad un criterio etico:  la valutazione riguarda l’intervento che il docente realizza con la classe, non altro. La valutazione come semplice controllo di quanto abbiano studiato gli studenti è malposta: in realtà il docente fa un’ipotesi di lavoro, che non resta tale, in quanto intervengono molti elementi variabili: l’ignoranza cognitiva, il modo di porsi, il fatto che il docente valutando si autovaluta.
C’è l’esigenza di raccogliere delle evidenze, ma è bene farlo richiamando la prospettiva e lo stile dello storico Carlo Ginzburg nel suo celebre saggio del 1979, Spie. Radici di un paradigma indiziario, tenendo presente dunque il dato individuale, l’errore e il dato marginale, piuttosto che la ripetizione di una legge assoluta e generale.
Il docente ha bisogno di appuntare, scrivere, raccogliere questi dati e condividerli con gli altri docenti. Questo confronto serve a deprivatizzare la pratica educante, contro l’idea del piccolo regno a cui sembra a volte ridursi la lezione del singolo docente nel chiuso della sua ora di lezione.
Si ha bisogno di “valutazioni sensate” che coinvolgano docenti e studenti nella didattica.
La ricerca degli indici per la valutazione si fonda sulla necessità dello scambio tra docenti e sulle finalità comuni e condivise, avendo come fine comune il miglioramento dello studente: la valutazione serve a migliorare.
 
La prestazione si può migliorare con la condivisione e con l’abituale attività in classe, anche con i suggerimenti tra coetanei. In tal senso la prof.ssa Antonella Fatai richiama come sia essenziale la  coesione del consiglio di classe.
 
 
Il prof. Giulio Iraci è partito dalla considerazione che la valutazione è ferma all’essere uno strumento di controllo.
Secondo il “Coordinamento per la valutazione educativa”, invece, la valutazione deve dire qualcosa a colui che apprende, serve a fornirgli informazioni analitiche e descrittive. Come ha scritto Aldo Visalberghi nel 1955 in Misurazione e valutazione nel processo educativo la valutazione deve avere una funzione orientativa. E deve orientare anche il nostro lavoro di insegnanti. E non è affatto scontato che la valutazione sia un momento di autovalutazione su ciò che il docente sta facendo, come ci può mostrare, ad esempio, la lettura del testo di Laura Green Stein, La valutazione formativa (2017).
Ciò che conta è il processo di apprendimento e soprattutto i riscontri descrittivi, nell’ottica di una valutazione narrativa.
La questione cruciale non è voto/non voto ma l’impostazione generale del processo di valutazione.
I riscontri descrittivi implicano dei feedback che favoriscono anche la crescita della motivazione intrinseca. Si tratta di indicatori, conoscenze, linguaggi specifici, capacità disciplinari, suggerimenti migliorativi.
È fondamentale l’essere molto analitici da parte del docente nel chiarire cosa è andato bene e cosa è andato male nella performance, “Il voto da solo non spiega”.
In tal modo nella valutazione formativa scompare la media sul registro elettronico e ciò evita la fissazione sulla media aritmetica come criterio della valutazione finale.
I riscontri descrittivi piuttosto che il giudizio mostrano cosa è successo, come si può approfondire richiamando il testo di Cristiano Corsini, La valutazione che educa.Liberare insegnamento e apprendimento dalla tirannia del voto (Franco Angeli, 2023). Essi devono essere comparabili, ma anche personalizzati.
Si tratta di una valutazione che responsabilizza lo studente.
In tal modo la valutazione si svolge in tutto l’anno scolastico inteso come un unico periodo.
All’inizio dell’ anno viene comunicato agli studenti uno strumento di conversione dei riscontri descrittivi con la valutazione numerica di fine anno.
Per Iraci è decisiva una didattica differenziata: in tal senso richiama metodi per la didattica attiva e inclusiva come il Jigsaw e il Tableau Vivant.
L’obiettivo è che ciascuno studente sappia riconoscere il proprio valore.
In definitiva più che l’essere obbligati a mettere voti lo siamo a valutare nei modi che riteniamo più opportuni: la valutazione non è un fatto oggettivo.
 
 
 
Anna Maria Ajello evidenzia come il voto si basa su una rappresentazione culturale e sociale diffusa, poichè, dato il valore legale del titolo di studio, tutti alla fine esigono un voto finale.
Ma ciò non tiene nella giusta considerazione il problema di coerenza che consiste tra ciò che si fa in classe e ciò che si valuta.
 
Oggi sappiamo che si impara facendo, che non esiste apprendimento senza coinvolgimento diretto.
La mancata cultura diffusa e condivisa su questi principi irrinunciabili tra il corpo docente nella scuola italiana chiama in causa anche la professionalità del docente stesso e la sua valutazione.