Iniziato il corso "Perchè la scuola oggi?": numerosa e attiva la partecipazione

1° incontro – 27 febbraio 2026

Perché ancora esiste la scuola? Storia, tradizione e innovazione nella scuola italiana.

Prof. Gaetano Lettieri, Univ. di Roma - La Sapienza Prof.ssa Loredana Perla, Univ. di Bari. Coordina:Dante  Monda, Sisus

Gaetano Lettieri è andato immediatamente al cuore della natura della scuola: uno spazio di libertà, di esitazione, di sapere critico.
Richiamando la natura dell’insegnamento delle arti liberali – colui che studia è un soggetto chiamato alla libertà – ribadisce che  lo scopo dell’istruzione è riconoscere il contesto storico dentro cui la libertà è chiamata ad esercitarsi.
In tal senso lo studio della doctrina, di ciò che va insegnato, è lo sforzo continuo di reinterpretazione.
C’è un rapporto simbiotico tra la disciplina e la libertà.
Si tratta di un tradizionalismo eversivo, un ritessere in maniera personale la tradizione in funzione del nostro futuro.
Non possiamo che partire, nell’insegnamento, da una posizione asimmetrica tra docente e studente: si tratta di una forma di donazione reciproca, che è anche dello studente, perché tutti apprendono quando siamo reciprocamente sorpresi nell’insegnamento. Si tratta di una relazione asimmetrica e reversibile; già in Platone, Socrate diventa colui che apprende.
L’insegnamento è sempre un atto di accensione della sorpresa, di una nuova comprensione, di essere messi sempre in questione; Agostino col suo maestro interiore, resta il riferimento.
 
Cos’è dunque la scuola? E’ il risveglio di una attenzione dell’acutezza dello sguardo, non una trasmissione. E’ Bildung, Paideia, trasformazione del discente in uomo libero.
Richiamando Jacques Derrida, ci dice che la decostruzione non è solo confutazione, ma riflessione sulla cosa per aprirla all’evento. E l’evento è l’indecostruibile della giustizia: è l’accoglienza dell’autonomia dell’altro.
Le discipline che insegniamo sono collegate tra loro e rimandano alla libertà e al riconoscimento dell’altro: c’è una valenza politica dell’educazione in quanto relazione.
 
 
Loredana Perla trova in linea con le nuove Indicazioni Nazionali quanto espresso da Lettieri, trattandosi di concetti che sono sottesi nelle Indicazioni per il primo ma anche per il secondo ciclo.
L’antinomia di libertà/autorità è l’agire stesso del magister, responsabile personalmente dell’azione dell’accompagnamento educativo, restando quello tra discente e docente un rapporto asimmetrico.
 
La scuola è cambiata profondamente: da un contesto civile- valoriale con la Costituzione è diventata un luogo della formazione integrale della persona.
Le nuove Indicazioni hanno portato al centro della didattica le discipline più delle Indicazioni precedenti perché l’esigenza della scuola di oggi è quella di preparare a una pluralità di alfabeti e a una cittadinanza attiva, di cittadino responsabile. Se fino ad ieri il compito della scuola era trasmettere il passato oggi è avere cittadini protagonisti; il rischio è quello di sostituire il senso critico e la capacità di studiare con una intelligenza di plastica, l’IA. E ciò cozza con la finalità della scuola, chiamata a unire lo studio/istruzione con lo spirito del tempo, infosfera e tecnica.
Essenziale è la coniugazione della competenza informatica con i saperi umanistici. Recuperando anche il latino, la musica, l’arte, trattate con un eccesso di superficialità in passato come anche l’educazione fisica.
 
Con le nuove Indicazioni si sono volute arricchire tradizione e il progressismo più avanzato. Fin dalla prima elementare la scelta visionaria è stata quella di superare l’idea di una scuola che educa all’informatica a favore di una comprensione di tali strumenti, come forma di narrazione di cosa c’è dietro.
Due sono le grandi novità delle Indicazioni:
  1. la rimotivazione del corpo docente. Le Indicazioni riflettono sempre l’idea politica di valorizzare l’insegnante. Le precedenti indicazioni erano puerocentriche, le nuove vogliono valorizzare alla pari docenti e studenti, ridimensionando il paradigma puerocentrico e fronteggiare la crisi della figura docente che c’è in Europa.
  2. La rilevanza data alla scrittura, che richiede lentezza, solitudine, concentrazione, chiede una rottura della connessione, il leggersi interiormente.
Risulta fondamentale un’essenzializzazione del lavoro-docente: guardare ai nuclei fondanti, all’emozione, al rapporto con la famiglia che richiama una visione dell’insegnamento come premessa generale della corresponsabilità, coscienti che “ciò che non si impara a scuola è difficilissimo impararlo dopo”.
La scuola deve avere la sua centralità e ciò è quello che abbiamo rimesso al centro: i giovani hanno diritto all’incontro con maestri colti, perché, richiamando Calamandrei, la scuola è il cuore pulsante della Repubblica. Il lavoro fondativo della democrazia si fa a scuola.
 
Sul concetto di competenza la prof.ssa Perla chiarisce come non esista una competenza se non basata sulla solidità delle conoscenze.
Al di là di un dibattito anche polemico di tipo massmediatico le Indicazioni hanno voluto sostenere che le competenze hanno alla base sempre le conoscenze, e i dati INVALSI lo mettono bene in evidenza.
Lo studio a scuola è una competenza del cervello, un esercizio di lentezza, un’esperienza di isolamento, un privilegio che ormai soltanto la scuola può assicurare.
 
La vicenda della morte del giovane Paolo Mendico ci dice tanto sui pericoli da contrastare del bullismo e cyberbullismo a scuola.
 
Sulla valutazione: c’è il bisogno di ripensarne il senso e il significato, dato che l’ideologia dell’inutilità della valutazione ha svilito il senso della scuola.. E anche le famiglie hanno bisogno di capire che la valutazione oggettiva e rigorosa va insieme al superamento del limite. In tal senso abbiamo bisogno di una rivalutazione della figura del magister.
 

 

Nel dibattito guidato dal prof. Dante Monda di Sisus Lettieri e Perla hanno ulteriormente precisato alcuni punti rispondenso alle sollecitazione dei numerosi partecipanti.
 
 
Gaetano Lettieri che si ritrova molto con quanto espresso da Loredana Perla richiama la funzione della scuola come un antipotere, non contro il potere ma come un antipotere contro i luoghi di massificazione. E, da filosofo della religione e del cristianesimo, sostiene che ci sia una relazione tra la questione del merito e quella della Grazia e fa un richiamo: “Non mettere in ombra il potere di scarto, di interruzione che la Grazia fa e che il merito sembra sminuire. E’ lo scarto che dà valore alla gratuità dell’insegnamento: tu mi ridoni il testo che io ti do.
 “La scuola dovrebbe essere la scuola del gratuito non del merito”, sarebbe da insistere sulla valenza del merito come gratuito.
 
Loredana Perla sottolinea come la contrapposizione tra competenze e conoscenze sia stata un’operazione strumentale, politica e ideologica, di fatto c’è stata una strumentalizzazione, la scuola è il nostro bene comune più importante, sbaglia chi vuole farne un agone di lotta politica. Sulle nuove Indicazioni in particolare, con strumentalizzazioni che sono arrivate a chiedere di cassare il tema dell’empatia, dell’educazione ai sentimenti, ai rapporti tra generi, alle regole, tematiche proprie di maestri e pedagogisti fondamentali. Così come il principio del Magister che non vuol dire autoritarismo. Abbiamo bisogno sulla scuola di innalzare il livello della discussione, oltre lo scontro politico. Le questioni sono più complesse, ad esempio sulla valutazione è corretto parlare di autovalutazione ma occorre chiedersi come portare lo studente ad esercitarla, è legata alla conoscenza di se stessi, all’autoriflessione.
Sulle pari opportunità di successo scolastico e formativo per tutti va ribadito che soltanto una scuola forte, a livello di priorità nelle scelte politiche, può garantire pari opportunità, una scuola che sta in cima all’agenda politica.
Apprezzando molto la riflessione di Lettieri tra merito e Grazia, va detto che la scuola ha smesso di diventare un ascensore sociale quando ha messo il merito fuori dalla porta, tradendo quello che è scritto nell’articolo 34 della nostra Costituzione. Il merito va sostenuto e valorizzato dal sostegno economico, va poi considerato che la demotivazione degli studenti è legata anche alla distruzione della buona competizione che non esclude il supporto a chi ha bisogno ma non implica l’ostracizzare il merito, e quindi è stato importante inserirlo nella dicitura del Ministero. Cosa che dovrebbe fare anche l’Università: il Paese cresce anche e soprattutto per i capaci e meritevoli.
 
Occorre lavorare per una scuola di qualità, con un corpo docente di alto profilo, colto. Perché la scuola è il bene comune più importante del nostro Paese.
Il Prof.Lettieri trova una convergenza con la parole della Prof.ssa Perla pur da posizioni diverse, con una diversa accentuazione di alcuni passaggi. Un politica sulla scuola rende credibile un Governo se investe di più su scuola e università. Per esempio con tassazioni mirate, che possano migliorare gli investimenti direttamente su questi due settori.
Va poi valorizzata a livello sociale la figura dei docenti e della loro formazione, necessaria e maggiormente raffinata e meditata.
 
Di fatto noi promuoviamo il popolo se proponiamo una formazione di qualità democratica. Nella didattica occorre dare corpo al desiderio e liberare il discente. E dare valore al merito nel sostenere i meritevoli che hanno a cuore il problema della promozione della comunità.
All’IA va contrapposta una intelligenza delle pratiche.
 
Lettieri conclude con delle perplessità sull’accento del merito nella dicitura del Ministero dell’Istruzione e del Merito: perché l’intelligenza politica è educazione alla fragilità, alla vulnerabilità, e ciò diventa elemento essenziale della formazione della comunità. Il problema del merito non è concentrarsi sulle skills ma sullo sviluppo di un’intelligenza patica e scientifica. Il "patico" è rendersi conto della fragilità e della vulnerabilità di tutti: “Ubi minor maior cessat”.