Perché la scuola oggi? Sintesi del terzo incontro

Sintesi del terzo incontro del progetto di formazione e autoformazione della comunità educante, Perché la scuola oggi?

“Come fare scuola? Le principali sfide della metodologia didattica”

 di Luigi Mantuano

Il terzo incontro del 24 marzo 2026 è stato dedicato al tema “Come fare scuola? Le principali sfide della metodologia didattica”, con il professor Pier Cesare Rivoltella e il professor Marco Ferrari, e con il coordinamento della professoressa Maria Teresa Santacroce, Presidente di Sisus.

 

Pier Cesare Rivoltella è professore ordinario di Didattica e Tecnologie dell'educazione presso l'Università di Bologna.

Tra le numerosissime sue pubblicazioni, segnaliamo Neurodidattica. Insegnare al cervello che apprende (Raffaello Cortina), Pedagogia algoritmica. Per una riflessione educativa sull'Intelligenza Artificiale (Scholé Morcelliana).

Richiamando subito Don Milani, sostiene che la domanda “Come si insegna?” diventa “Come si deve essere per insegnare?”. La questione per il docente è lo stile di una presenza; certamente egli dev'essere uno specialista della disciplina, ma prima di tutto un educatore, una persona significativa.
Si tratta di praticare “una didattica dell’esempio e della testimonianza”, di “far vibrare i ragazzi tutto il tempo”. Il riferimento è a Pedagogia della risonanza di Harmut Rosa (Scholé), e, ancora, a Platone (l’insegnare come lo sfregarsi di due anime).
La differenza principale è quella tra due metodi, quelli trasmissivi e quelli attivi: questi ultimi sono più dispendiosi e richiedono una didattica lenta. E la questione non è l’essere pro o contro la lezione frontale che è riduttiva solo quando è esclusivamente trasmissiva.
Perché di per sé la lezione frontale è l’esecuzione di un “metodo di pensiero” di chi la tiene, essenziale non sono i contenuti ma il MODO in cui i contenuti vengono messi in una FORMA. Se la lezione frontale è fatta bene è una lezione di metodo.
 

Marco Ferrari è Dirigente scolastico, docente di filosofia, animatore dell’Associazione “Amore per il sapere”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Educare a pensare. Teoria e pratica della disputa regolamentata (Carocci).

Per lui il binomio centrale è far venire fuori il desiderio del docente e cambiare le strutture per cambiare il cuore dell’uomo, le parole chiave diventano TESTIMONIANZA e CAMBIAMENTO DELLA STRUTTURA.
La formazione dei docenti sta al centro del dibattito, ma il problema è è più articolato, perchè investe il loro contratto di lavoro, la modalità del loro reclutamento, la formazione iniziale e quella in servizio, la differenziazione delle ore passate dentro la scuola.
Ma anche la questione dirigenziale, con figure che siano carismatiche e capaci di orientare.
 
La classe dovrebbe essere un laboratorio concettuale e don Milani – non un prete rosso ma un convertito – ha ancora molto senso.

 

Si intreccia a questo punto uno scambio di vedute, anche con diversi interventi dei corsisti.

Rivoltella richiama il metodo della coinvestigazione: partire da un problema con gli studenti e fare ricerca insieme su quello.

La questione per gli insegnanti è anche quella dell’essere adulti significativi, credibili, cosa che gli studenti avvertono subito. La possibilità dell’educare sta nell’asimmetria, ma l’esercizio dell’autorità del docente è generatrice di libertà per lo studente soltanto quando l’insegnante è significativo perché incompiuto, quando ha la percezione di unamancanza inestinguibile e non si sente mai arrivato.

Ancora, richiamando Paulo Freire, il relatore parla di una inquietudine strutturale del docente come condizione della sua autorevolezza generatrice di libertà, di una sua fallibilità, dimensione che accresce il docente. L’incompiutezza di fatto lo apre alla trascendenza, nel senso della capacità di andare oltre il limite del proprio io, uscendo da se stessi e andando verso l’altro, ma anche verso la ricerca del senso (il riferimento è al libro di Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre). L’adolescente di oggi è quel Telemaco che sulla spiaggia aspetta un Ulisse, l’adulto, che non arriva.
 
 
Sulla questione dell’Intelligenza Artificiale, se si tratti di un amplificatore o di un sostituto cognitivo, per Rivoltella è essenziale creare le condizioni perché essa diventi un amplificatore cognitivo, ma per farlo è necessario infondere in classe cultura, alfabeti dell’IA, sviluppare pensiero critico e creativo. Occorre far capire agli studenti i limiti dell’IA, le illusioni, stereotipi e pregiudizi che essa rimanda riflettendo i grandi potentati economici.
L’IA non ci dà la dissonanza cognitiva.
 
L’esempio è l’utilizzo dei games: in realtà sono campi semiotici come le discipline, e le grammatiche interne si apprendono in maniera implicita, giocando contestualmente.
Invece a scuola nell’insegnamento disciplinare gli studenti apprendono in maniera decontestualizzata, tutto il contrario del gioco. Mentre quest’ultimo implica uno studio collegiale delle regole del gioco, un gruppo di interesse, nella scuola questo si crea con difficoltà.
La molla è lavorare sull’identità proiettiva. Nel gioco la dimensione psicologica e virtuale, sono collegate dall’identità proiettiva: quale identità voglio io avere nel gioco? Il giocatore si mette in causa e si proietta in un ruolo, un’identità.
Si tratta dello stesso meccanismo che dovremmo far scattare nella nostra didattica. Il riferimento è al testo di Paul Gee, What Video Games have to Teach Us about Learning and Literacy, di cui Rivoltella  ha curato nel 2013 l’edizione italiana per Raffaello Cortina.
 
Di fronte a questi scenari il programma futuro dovrebbe essere una revisione profonda del sistema scuola, con la costruzione di percorsi di ricerca comune tra università e docenti, perché quella tra teoria e pratica è un’opposizione illusoria, in quanto “teorici pratici” e “pratici teorici” dovrebbero lavorare insieme ma di fatto in Italia nessuno promuove questa prospettiva.
Sarebbe da riprendere in tal senso la proposta di offrire ai docenti borse di ricerca e distacchi per poter lavorare a progetti di innovazione didattica.
 
La prof.ssa Margherita Orsolini, dell'Università di Roma "La Sapienza", ricorda l’opera di Clotilde Pontecorvo, già presidente onoraria di Sisus, che costituì negli anni Ottanta proprio un gruppo di ricerca Scuola/Università.
Richiama poi la questione politica di ridare centralità alla scuola, in quanto l’adulto, docente significativo, ha bisogno di un contesto in cui la scuola venga considerata in tutta la sua importanza culturale come produttrice di senso.
 
Ci chiediamo se non sia questa una proposta da riprendere per ripartire.
 
La Presidente di Sisus in chiusura richiama la figura della Prof.ssa Clotilde Pontecorvo e dell’altra presidente onoraria di Sisus, l’Ispettrice Anna Sgherri, alla quale la scuola italiana deve l’introduzione operativa delle Scienze Sociali nella scuola italiana, che si è concretizzata, dopo varie sperimentazioni, nella creazione del liceo economico-sociale.